Tre domande a Mikayel Ohanjanyan. A cura di Mario Savini

Mikayel Ohanjanyan

  

Tre domande a Mikayel Ohanjanyan   
Intervista a cura di Mario Savini

L’artista armeno Mikayel Ohanjanyan è nato ad Erevan nel 1976 e dal 2000 si è trasferito in Italia. Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Erevan e di Firenze. Dal 2008 risiede nell’antica cittadina di Reggello (FI). Quest’anno, in occasione della 54. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia ha presentato “Perspectives”, una scultura interattiva pensata per essere un gioco.

 

 

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“Perspectives” (2011) è una scultura interattiva creata appositamente per la 54. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Puoi descrivere dettagliatamente il lavoro? Che significato attribuisci a “Perspectives”?

È vero. L’opera è stata concepita appositamente per l’evento collaterale “Neoludica / Art is a game 2011-1966” (a cura di Debora Ferrari e Luca Traini) che include una ricerca sulla forma e lo spazio e che porto avanti da alcuni anni, assieme alla realtà aumentata. Tra l’altro è la prima volta per me che do al visitatore la possibilità di scoprire nella scultura altre dimensioni, in questo caso poetico-filosofiche.
È una struttura cubica di 1m3 di ferro ossidato, è posizionata su una base di 1,6 x 1,6 m. (anch’essa parte della scultura) di plexiglas opaco color nero, delimitato da una cornice sempre di ferro ossidato. Nella struttura cubica s’intrecciano numerosi fili di poliestere prestirati che l’attraversano da un lato all’altro, sviluppando delle superfici geometriche di spessori molto fini, creati da fibre di carbonio. Ogni superficie, in ambedue i lati, contiene un bollino colorato che oltre a dare una leggerezza estetica all’opera, è un vero codice da decifrare per leggere delle frasi nello spazio della scultura, con uno smartphone, attraverso un programma (scarica l’applicazione qui) appositamente creato per questo lavoro da “Serenata” (Alessandra Rigano e Federico Castronuovo) in collaborazione con “Rehacktive Labs” (Stefano Di Francisca).
Nei termini formali/spaziali l’opera va oltre i confini della forma stessa, cioè tenta di raffigurare  la dimensione introversa della forma e dello spazio dove si mette in evidenza il contrasto tra l’Uno e la sua poliedricità, la staticità e il suo dinamismo, fuori-dentro… Rapporti che, nonostante l’aspetto apparentemente atemporale della scultura, riflettono direttamente le sfumature della nostra società odierna, con le loro contraddizioni e tensioni, le quali danno ad ogni visitatore la possibilità di interpretare l’opera in modo molto personale.
Per me, è come se fosse un autoritratto dove ogni filo rappresenta una conoscenza, un incontro, un ricordo, che creano nel mio spazio dei pieni e dei vuoti. Le superfici, sia quelle piene sia quelle vuote, rappresentano una possibilità di una nuova visione dello stesso spazio, quindi, un continuo viaggio e un’infinità di prospettive… e tutto ciò avviene in Uno.


In questo lavoro si sviluppa una narrazione transmediale complessa i cui contenuti si intrecciano in un flusso continuo. Con uno smartphone si possono percorrere delle geografie culturali che sembrano riemergere dalla memoria dell’opera. Qual è, in particolare, il ruolo del fruitore?

La scultura infatti è interattiva in quanto il visitatore dopo il primo impatto con una forma e  uno spazio sconosciuto, carico di tensioni e prospettive, entra in gioco con l’opera. Vale a dire, con l’aiuto di uno smartphone si inizia a decodificare i colori, di cui abbiamo parlato prima, scoprendo la stessa frase in tutte le lingue più parlate del mondo. Diventa un vero gioco e viaggio spaziale, alla ricerca della propria lingua, per scoprire il significato della stessa. La frase è “Conosci te stesso” di Talete, che a sua volta induce l’osservatore ad una riflessione intima e profonda. Il fruitore, ognuno a modo suo, in questo viaggio spaziale diventa il protagonista dell’opera.

 

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Con il rapido evolversi delle tecnologie digitali, stiamo vivendo un nuovo rinascimento culturale?

Personalmente il mio cammino artistico l’ho iniziato dagli studi classici, basati sull’arte tradizionale, quindi utilizzando anche materiali tradizionali. Col tempo la maturazione del mio pensiero, la ricerca sulla forma e la curiosità verso i nuovi materiali, mi hanno aperto delle nuove possibilità ed orizzonti di ricerche. Credo che siano fondamentali la ricerca e l’innovazione, sia dal punto di vista delle tecnologie digitali sia dei materiali nuovi, però, nello stesso tempo penso che non sono né le tecnologie digitali e nemmeno i materiali nuovi a creare un nuovo rinascimento. Indubbiamente i materiali e le tecnologie nuove possono dare un input ad un nuovo pensiero, ma senza l’elaborazione e la ricerca profonda della visione, rimangono semplicemente degli ottimi strumenti.

 

Foto © Katia De Angelis


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