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Human connections. Digitalife 2012, Roma

di Annalisa Filonzi
 
 
 

Quiet Ensemble




Roma

Macro Testaccio
Ex Gil Trastevere
Opificio Telecom Italia

 

 

 

 

 

Digitalife 2012 
Human connections
 

15 novembre – 16 dicembre 2012

 
 

Marina Abramović, Vito Acconci, Apparati Effimeri, Filippo Berta, Ciriaca+Erre, Jan Fabre, William Forsythe, Paola Gandolfi, Shilpa Gupta, Mike Kelley, Katarzyna Kozyra, Lech Majewski, Masbedo, Francesca Montinaro, Noidealab, OverLab-project, Nam June Paik, Eddie Peake, Daniele Puppi, Quiet Ensemble, Cristina Rizzo, Zbig Rybczynski, Piero Tauro, Paul Thorel

http://romaeuropa.net





 

 

 

 

 

 

 

di ANNALISA FILONZI

 

 

 

 

 

Non è un caso se anche gli scienziati del MIT stanno approfondendo il concetto di interattività: è notizia di pochi giorni fa, infatti, che per superare la limitata capacità di interazione della videoconferenza, alcuni studiosi del Tangible Media Group hanno progettato un giaccone, che hanno chiamato Like a hug, che si gonfia abbracciando il corpo di chi lo indossa ogni qual volta il suo proprietario riceve un “like” su Facebook: si sperimenta l’oggetto che prova ad imitare le emozioni. Di interattività si parla ogni volta che viene inventata una nuova tecnologia, ma, in realtà, sia che si tratti di un tablet da sfiorare con le dita, sia di altre operazioni complesse in grado di imitare le reazioni umane, troppo spesso il rapporto tra uomo e macchina si riduce a due funzioni base programmabili, intorno cui si organizzano i bit: 1 = acceso, 0 = spento. 
La mostra Digitalife 2012, organizzata a Roma da Fondazione Romaeuropa, che ha per titolo Human connections, aiuta a riflettere su come anche gli artisti italiani contemporanei intendono l’interattività, e in che modo si servono di questa tecnologia. Se prendiamo in considerazione le opere esposte all’ex Gil a Trastevere, dove sono presenti artisti meno storicizzati rispetto alla sezione del Macro Testaccio, risulta subito evidente come questa questione venga affrontata più come un tema che non come una reale possibilità tecnologica. In La perversione del dittatore #2.0 di Overlab Project il visitatore può decidere spostando un cubo di legno da un punto all’altro di un piano se i volti proiettati siano felici o tristi. Un comando che mette in gioco due stati d’animo opposti, in cui lo spettatore crede di decidere un’azione che è invece già programmata dall’artista, ma la riflessione dell’opera prende in considerazione non tanto il gesto dello spettatore, quanto l’idea che l’essere umano può essere manipolato a comando. 
Sempre di manipolazione dello spettatore attraverso un telecomando touch screen si occupa l’opera Audience di Francesca Montinaro: qui la gamma dei sentimenti tra cui compiere l’opzione si amplia, ma in realtà non si può decidere veramente lo stato d’animo dei soggetti, perché tutto è già previsto; anche in quest’opera la preoccupazione dell’artista riguarda l’interazione passiva innescata dalla televisione, a cui lo spettatore risponde ormai secondo codici prestabiliti, ma non il gesto che deve compiere il visitatore.

Francesca Montinaro

 

Di impossibilità di comunicazione reale tra chi sta al di qua e al di là di uno schermo, invece, parla l’opera di Filippo Berta in cui a quattro corpi nudi e perfettamente identificabili da un nome e cognome che danno il titolo all’opera corrisponde una irriconoscibilità del volto. Naturalis Historia di Apparati Effimeri indaga il rapporto tra realtà naturale e realtà artificiale: è più vero un albero reale o la proiezione 3D che vi si sovrappone? Il corpo e l’interazione ritornano in gioco con Frozen nature di Noidealab, dove l’installazione reagisce alla presenza umana attraverso un sensore, cambiando video e ritmo del suono, e sembra quasi entrare in uno stato di agitazione, mentre in Cinema rianimato Daniele Puppi, l’artista, assume il ruolo dello spettatore, in uno scambio interessante e proditorio, e agisce sul montaggio del film prescelto.
È Quiet Ensemble con Orienta: è qui ora, che decido di fermarmi che sfiora più da vicino, ma forse senza accorgersene, la vera interattività: delle lumache, esseri viventi, scorazzano su un tavolo; il loro percorso rimane tracciabile grazie ad una luce stroboscopica che illumina le scie di bava, e soprattutto imprevedibile. Però mi sembra riduttivo attribuire a questo gesto solo “un’attenzione sul tracciato vitale che ogni essere compie durante il suo tempo sulla terra”, come lo definisce il gruppo.
Che cosa manca a queste opere, come a tante altre che su questo tema si sono provate in questi anni, anche da parte di artisti affermati, perché l’interattività non sia solamente una definizione vuota, che nasconde un gesto previsto dall’autore, ma affinché aggiunga nuova conoscenza all’opera, ne modifichi il racconto? Probabilmente hanno ragione Andrea Balzola e Paolo Rosa (quest’ultimo di Studio Azzurro) che in Arte fuori di sé. Un manifesto per l’età post-tecnologica dicono che la ricerca artistica deve appropriarsi dell’interattività per farne un sistema aperto di espressione collettiva. Ciò sembra possibile se ci soffermiamo a pensare a come funzionano le nuove tecnologie ora a disposizione di tutti: wiki, linux, social network. È in atto una rivoluzione nella comunicazione tra uomini che, se colta, potrebbe provocare un vero e proprio cambiamento epocale anche nel mondo dell’arte. Ad essere entrato in discussione è oggi il ruolo dell’artista: che non propone più una visione del mondo che gli altri semplicemente guardano, ma deve essere pronto a rovesciare le procedure: non ci deve essere confine tra artista e spettatore, perché quest’ultimo sarà il protagonista di un’interattività non più subita, ma realizzata. Nel rovesciamento di ruoli tra artista e spettatore, in cui quest’ultimo concorre a modificare lo stimolo lanciato dall’artista, diventando egli stesso autore, l’artista deve essere disposto ad accettare che quel gesto sia incontrollabile e che la propria opera diventi irriconoscibile. L’artista dovrebbe privarsi, cioè, della propria autorialità, rinunciare al proprio talento espressivo per sollecitare quello di altri. Se riuscirà a fare questo, il sistema artista-spettatore non esisterà più, perché queste due figure si saranno fuse. Sarà una creazione artistica che prevede una organizzazione cooperativa del lavoro, come anche una sparizione del confine tra produttori e fruitori di cultura. 
Un tempo non lontano la capacità di intuizione e la ricerca degli artisti riuscivano a prevedere i fenomeni sociali ben prima che questi fossero codificati. Oggi, chi è pronto a cogliere la sfida?

 

 

 

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Ph.: Annalisa Filonzi